A sud dell'alma

Chi passa i mari muta il cielo, non l'anima.

A sud dell'alma

Chi passa i mari muta il cielo, non l'anima.
<  Maio 2009  >
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Terra Blog

Categoria: Interculturalidade

21.07.07

LETTERA AI GENITORI SULL_HANDICAP

Cari Genitori
Sono genitore anch'io, quindi capisco: voi volete il meglio per un figlio, per una figlia. La scuola migliore, i migliori professori, i migliori colleghi. Voi volete che i figli escano dalla scuola ben equipaggiati per la vita. Bisogna avere una buona educazione perché la vita è dura e sopravvivono solo i più adatti. Capisco, quindi che voi abbiate storto il naso quando siete venuti a conoscenza della politica scolastica di collocare bambini portatori di handicap e figli di immigrati nelle stesse classi dei bambini "normali". I vostri nasi storti dicono: "Non ci piace! Non è giusto!". Il problema comincia con un dato di fatto: i disabili sono anche fisicamente differenti, arrivando a volte ad avere un'apparenza strana. E questo crea già in partenza un malessere - diciamo - estetico. A complicare tutto c'è il fatto che i bambini disabili apprendono più lentamente. I professori saranno obbligati a rallentare il ritmo per fare che essi non rimangano indietro. Questo, evidentemente, costituirà un danno per gli alunni "normali", belli e intelligenti… Perché bisogna essere realisti: la scuola è una maratona per l'università e per la vita. Quindi… giusto sarebbe avere scuole separate "speciali", dove i disabili apprenderebbero quello che possono, senza intralciare gli altri.
Se pensate così, io vi dico: fate in modo di cambiare il vostro modo di pensare rapidamente perché, altrimenti, voi coglierete frutti amari nel futuro. Lo vogliate o no, il tempo si incaricherà di rendervi "disabili".
Tu immagini una vecchiaia deliziosa. Hai perfino comprato una cascina con piscina e alberi. Ah, che delizia! I nipotini tutti riuniti nella "cascina dei nonni" a fine settimana! Dimenticatelo. Gli interessi dei nipotini sono ben altri. A loro non piace convivere con vecchi disabili. Non hanno imparato a convivere con i disabili. Potevano aver appreso a scuola, ma non 1'hanno fatto, perché ci sono stati genitori che hanno protestato contro la presenza dei disabili.
Il primo compito dell'educazione è insegnare ai bambini ad essere se stessi (cosa estremamente difficile). Fernando Pessoa dice: "Io sono l'intervallo tra il mio desiderio e ciò che i desideri degli altri hanno fatto di me". Frequentemente le scuole cancellano i desideri dei bambini con i desideri di altri che sono loro imposti. Il programma della scuola, quella teoria di saperi che i professori tentano di insegnare, rappresenta i desideri di un altro, non del bambino. Forse di un burocrate che poco capisce i desideri dei bambini. È necessario che le scuole insegnino ai bambini a prendere coscienza dei propri sogni!
Il secondo compito dell'educazione è insegnare a convivere. La vita è convivere con una fantastica varietà di esseri, esseri umani, vecchi, adulti, bambini, delle etnie più svariate, delle culture più svariate, delle lingue più svariate, animali, piante, stelle… Convivere è vivere bene in mezzo a questa diversità. Le persone portatrici di handicap o differenze sono parte di questa diversità. Esse fanno parte del nostro mondo e hanno il diritto di stare qui. Hanno diritto alla felicità.
Ricordo una pagina del mio libro di lettura delle elementari. Viveva in Cina una famiglia: papà, mamma, il figlio di cinque anni e il nonno, già anziano, con poca vista, mani tremanti. A tavola già gli era capitato più volte di lasciar cadere il piatto. La madre arrabbiata con questo giacché ci teneva ai suoi piatti, disse al marito: "Tuo padre non è più in condizioni di usare piatti di porcellana!". Il marito, non volendo contrariare la moglie, risolse a malincuore di comprare per il nonno, suo padre, una scodella di legno e posate di bambù. Al primo pranzo nel quale il nonno mangiò nella scodella, il nipotino rimase meravigliato. Il papà gli spiegò tutto e il bambino rimase in silenzio. In seguito il papà sorprese il figlioletto che tentava di fare un buco in mezzo ad un pezzo di legno con un martello e uno scalpello: voleva preparare la ciotola per quando il papà sarebbe diventato vecchio!
Perché è questo che avviene: se i tuoi figli non imparano a convivere con bambini e adolescenti disabili, non sapranno convivere con te quando diventerai disabile. Un abbraccio. Rubem


Rubem Alves

06.02.07

Sentinella

 

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d'ogni movimento una agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d'anni quest'angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell'aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo maledetto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c'era arrivato anche il nemico. Il nemico, l'unica altra razza intelligente della Galassia... crudeli, schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie. Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano d'infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all'erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l'avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle. E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti col passare del tempo, s'erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d'un bianco nauseante, e senza squame.

di Frederic Brown - Il brano è tratto da "Le meraviglie del possibile", a cura di S. Solmi e C. Fruttero, trad. di Carlo Fruttero, Einaudi.

Diverso da te, uguale a me - Amo profondamente questo racconto. Per la poesia delicata e forte che lo attraversava, per la risonanza tragica che trascina nell'identificazione con il suo "unico" personaggio, per l'emozione clamorosa che mi coglie ogni volta in cui corro verso il finale e riscopro lo stupore del Ribaltamento. Quando il punto di vista si rovescia è la verità autentica che esplode e ci sorprende: il nemico è l'amico di un'altro, il diverso da te è uguale a me! L'orrore agghiacciante del soldato fradicio e coperto di fango è già diventato il nostro quando ci accorgiamo che la Sentinella non è noi: abbiamo condiviso e sofferto gli stessi sentimenti del nemico. Ma il diverso di noi chi è? "Noi" chi siamo? Chi è diverso da noi? Un poeta risponde "Non essendo che uomini camminavano fra gli alberi"': così Dylan Thomas, in una poesia inedita ci mostra con sconcertante semplicità il confine dell'umana dimensione esistenziale: uomini o abitanti sconosciuti di molte Galassie. Alieni, umani, infraumani, tutti accomunati dai destini interni degli affetti, dei sentimenti, dei desideri di sopravvivenza. Un soldato che ricorda tanti soldati di molte guerre, drammaticamente solo sotto un "sole straniero": così è per ogni "essere" che cammini faticosamente sulla superficie di un pianeta dove la gravità sia "doppia" rispetto a quella a cui è abituato. Molti pianeti nella Galassia dell'educazione: le frontiere dello specchio autoriflettente si possono aprire se si smaschera la metafora che Brown ci regala. La "finzione" ci fa sperimentare l'empatia con l'eroe muto, uguale finché non ci rivela la sua diversità. Ognuno diverso agli occhi dell'altro, tuttavia simile se scatta l'avvicinamento. Per il pianeta dell'handicap e altri.
commento di Milena Bernardi - http://www.accaparlante.it/cdh-bo/informazione/hp/archivio/libro.asp?ID=189

09.01.07

Come un pesce ...

I primi giorni a scuola ero come sordo e muto perché non capivo niente.

Ho paura di dimenticare la mia lingua, così la sera, prima di dormire, mi ripasso sotto voce delle parole. 

Ma tu sai dove sono andate a finire tutte le parole che sapevo prima di venire in Italia? 

Se dovessi farmi un autoritratto, mi disegnerei biondo con gli occhi azzurri. Poi mi pongo il problema: ma io sono davvero così? No. Allora mi rifaccio con gli occhi a mandorla, bassetto e con i capelli neri. Per tanto tempo non sapevo chi ero: mi offendevo sia se un cinese mi diceva italiano, sia se un italiano mi diceva cinese. Ero come la carne di soia, che non sta né sul banco della carne né su quello del pesce perché è un vegetale. 

Mi sento come un drago, che vuol dire tante cose. Il drago è forza, ricchezza, potenza…però è un animale inventato, che non c’è.

Se devo paragonarmi ad un animale, scelgo il ragno. La sua tela viene distrutta, ma lui riesce sempre a costruirne un’altra; poi viene distrutta ancora e il ragno ricomincia da capo…

Mi sento come un pesce fuor d’acqua che deve imparare a respirare e gli manca tutto.

Sono come un fiore che è stato sciupato e strappato dal temporale. Adesso c’è il sole e si riprende un po’, ma non tornerà più come prima.
Tratte da: Interviste a ragazzi immigrati

tratte dal libro COME UN PESCE FUOR D'ACQUA. IL DISAGIO NASCOSTO DEI BAMBINI E DEI RAGAZZI IMMIGRATI
Autore: AA.VV. - A cura di: Favaro G. - Napoli M.- Editore: Guerini e Associati
I saggi presenti in questo libro vogliono portare in primo piano i bambini e i ragazzi stranieri con le loro storie di scoperta e di disorientamento, le illusioni e le perdite che accompagnano sempre il viaggio di migrazione, le nostalgie e le conquiste di chi si trova a crescere altrove. Per comunicare a chi accoglie quanto siano importanti non solo le risorse tecniche e didattiche, ma anche le risorse emotive intrinseche nel lavoro educativo, come la capacità di osservare e di ascoltare, di imparare a riconoscere i sentimenti e i segnali delle sofferenze piccole e grandi che scandiscono il cambiamento.

La storia di Cappuccetto Rosso raccontata dal Lupo

categorias: Interculturalidade

 

"La foresta era la mia casa: ci vivevo e ne avevo cura. Cercavo di tenerla linda e pulita.
Quando un giorno di sole, mentre stavo ripulendo della spazzatura che un camper aveva lasciato dietro di sé, udii dei passi. Con un salto mi nascosi dietro un albero e vidi una ragazzina piuttosto insignificante che scendeva lungo il sentiero portando un cestino. Sospettai subito di lei perché vestiva in modo buffo, tutta in rosso, con la testa celata come se non volesse farsi riconoscere.
Naturalmente mi fermai per controllare chi fosse: le chiesi chi era, dove stava andando e cose del genere. Mi raccontò che stava andando a casa di sua nonna a portarle il pranzo. Mi sembrò una persona fondamentalmente onesta, ma si trovava nella mia foresta e certamente appariva sospetta con quello strano cappellino. Così decisi di insegnarle semplicemente quanto era pericoloso attraversare la foresta senza farsi annunciare e vestita in modo così buffo. La lasciai andare per la sua strada ma corsi avanti a casa di sua nonna. Quando vidi quella simpatica vecchietta le spiegai il mio problema e lei acconsentì che sua nipote aveva immediatamente bisogno di una lezione. Fu d'accordo di stare fuori dalla casa fino a che non l'avessi chiamata, di fatto si nascose sotto il letto. Quando arrivò la ragazza la invitai nella camera da letto mentre io mi ero coricato vestito come sua nonna.
La ragazza, tutta bianca e rossa, entrò e disse qualcosa di poco simpatico sulle mie grosse orecchie. Ero già stato insultato prima di allora, così feci del mio meglio suggerendole che le mie grosse orecchie mi avrebbero permesso di udirla meglio. Ora, quello che volevo dire era che mi piaceva e volevo prestare molta attenzione a ciò che stava dicendo, ma lei fece un altro commento sui miei occhi sporgenti. Adesso puoi immaginare quello che cominciai a provare per questa ragazza, che mostrava un aspetto così carino ma che era evidentemente una bella antipatica. E ancora, visto che per me è ormai un atteggiamento acquisito porgere l'altra guancia, le dissi che i miei grossi occhi mi servivano per vederla meglio. L'insulto successivo mi ferì veramente: ho infatti questo problema dei denti grossi. E quella ragazzina fece un commento insultante riferito a loro. Lo so che avrei dovuto controllarmi, ma saltai giù dal letto e ringhiai che i miei denti mi sarebbero serviti per mangiarla meglio! Adesso, diciamoci la verità, nessun lupo mangerebbe mai una ragazzina, tutti lo sanno; ma quella pazza di una ragazza incominciò a correre per la casa urlando, con me che la inseguivo per cercare di calmarla. Mi ero tolto i vestiti della nonna, ma è stato peggio. Improvvisamente la porta si aprì di schianto ed ecco un grosso guardiacaccia con un'ascia... Lo guardai e fu chiaro che ero nei pasticci... C'era una finestra aperta dietro di me e scappai fuori.

Mi piacerebbe dire che è la fine di tutta la faccenda, ma quella nonna non raccontò mai la mia versione della storia. Dopo poco cominciò a circolare la voce che io ero un tipo cattivo e antipatico e tutti incominciarono a evitarmi. Non so più niente della ragazzina con quel buffo cappuccio rosso, ma dopo quel fatto non ho più vissuto felicemente".

("La storia di Cappuccetto Rosso raccontata dal Lupo" è di Lief Fearn; la traduzione di S. Bacciocchi; il testo è tratto dal "Manuale per educatori" distribuito alla mostra interattiva sul pregiudizio "Gli altri siamo noi", a cura di "Tamburi di pace", Roma, 1998, su concessione di "Pace e dintorni" di Milano)