A sud dell'alma

Chi passa i mari muta il cielo, non l'anima.

A sud dell'alma

Chi passa i mari muta il cielo, non l'anima.
<  Maio 2009  >
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Terra Blog

Categoria: Fábulas

15.03.08

La bambina e l'uccello incantato

categorias: Livros, Fábulas

La persona amata!
C'è dappertutto la presenza della sua assenza.
Dentro al vuoto cresce il desiderio.
L'incanto dentro la nostalgia.
Poi è l'abbraccio.
Gioia è questo: poter abbracciare chi si ama.

R. Alves

C'era una volta un uccello e una bambina che l'amava. Sempre arrivava il momento in cui l'uccello incantato diceva: “Bambina, il volo mi chiama. Devo partire. È necessario che io parta perché il nostro amore non finisca. L'amore per vivere ha bisogno d'essere alimentato dalla nostalgia…”. La bambina piangeva sommessamente, ma capiva. Di fatto il loro amore cresceva tra partenze e ritorni. Le ali dell'uccello parevano instancabili, sempre alla ricerca di luoghi sconosciuti. Aveva già visitato montagne incantate, pianure di ghiaccio, deserti sconfinati, laghi, fiumi, abissi, castelli, santuari, una città incantata al confine tra sogno e realtà, il regno dell'eterna felicità, la landa dei draghi verdi e dei giganti gialli… Al ritorno egli raccontava le storie di tutti quei luoghi. La bambina che non aveva ali, volava nelle storie che l'uccello raccontava.
Passarono anni. L'uccello invecchiò. Le sue ali non erano più quelle della gioventù. Se di mattino ancora desiderava volare, al tramonto sospirava di nostalgia. Uccello crepuscolare ormai, un desiderio nuovo sorse nel suo cuore: tornare definitivamente.
Il sole era all'orizzonte e Sirio splendeva in cielo. Fu allora che la bambina lo vide, con le penne incendiate dalla luce del tramonto. Dopo l'abbraccio egli le chiese qualcosa che mai le aveva chiesto: “Bambina, raccontami le tue storie nella mia assenza”. E fu così che per la prima volta lui fece silenzio e lei raccontò. Per molti giorni essi godettero del loro amore. L'uccello però non era più lo stesso: i suoi occhi non cercavano più gli orizzonti lontani, ma le cose semplici che c'erano in casa, che sempre c'erano state, ma che lui non aveva visto prima perché il cuore era altrove ed è il cuore a dirci che cosa si deve vedere.
E avvenne in un giorno qualunque che l'uccello all'abbracciare la bimba, sentì sulle sue spalle qualcosa che non aveva mai avvertito. “Che cos'è?”, domandò. Lei arrossì e rispose: “Ali, piccole ali… Stanno crescendo dietro le spalle”. Allora egli capì che la bambina si preparava a volare. La sua bambina stava trasformandosi in una farfalla. L'uccello sorrise un sorriso di gioia mista a tristezza. Sentì sulle labbra un leggero tremito, lo stesso che aveva visto sulle labbra della bambina quando lui le aveva detto per la prima volta voglio partire . Era giunta l'ora in cui lei sarebbe partita e lui sarebbe rimasto. Sarebbe stato lui allora colui che aspettava. Com'è dolente restare! La solitudine di chi rimane è maggiore della solitudine di chi parte! Chi parte va verso mondi nuovi, pieni di meraviglie sconosciute. Chi resta, resta in uno spazio vuoto, di oggetti vecchi, aspettando, aspettando, contando i giorni.
Arrivò il momento della partenza. La bambina, fluttuando con le grandi ali di farfalla, disse all'uccello: “Devo partire”. All'uccello venne voglia di piangere e trattenerla e dirle: “Non andare. Ti amo tanto” (e poi le ali erano fragili!)… Ma non fece nessun gesto. Sapeva che gli abbracci che non si sciolgono sono mortali per l'amore. Soffiò soavemente sulle sue ali: “Vola, mia bella farfalla”. Vedendola volare via, sorrise e si chiese: “Che storie mi racconterà al ritorno?”.
Questo è il destino dei genitori [e degli educatori]. Il mio destino. Gli anni sono passati, le mie ali si sono stancate e adesso non ho più né energia né voglia di conquistare il mondo. E non è solo una stanchezza fisica, è una stanchezza dell'anima, come quella descritta nel primo capitolo del Libro di Qoelet. Karl Jaspers diceva che non viaggiava perché nella sua casa c'erano tutte le cose degne d'essere conosciute. Non è vero e la mia pazzia ancora non arriva neanche vicino alla sua. Ma è arrivato il momento in cui i figli sono partiti con batter d'ali: Sérgio, Marcos, Raquel(!). Arriva il momento in cui il destino dei genitori è aspettare… Gli appassionati sono coloro che aspettano.

Rubem Alves

08.02.08

I giocattoli buttati

categorias: Livros, Fábulas
Roberto Piumini 5

Un bambino ricco si stancava subito dei suoi giocattoli, perché gliene davano sempre di nuovi: così buttava quelli di prima dalla finestra. Un bambino che abitava li vicino, e giocattoli non ne aveva, raccoglieva i giocattoli e li teneva, chiamava altri bambini a giocare con lui, ed erano contenti. Erano così contenti che le loro risate furono sentite dal bambino ricco, che usci dalla sua casa, si avvicinò, e cosa vide? Tanti bambini che giocavano con i giocattoli che lui aveva buttato via. Allora entrò e disse: - Questi giocattoli sono miei: li rivoglio. I bambini smisero, di giocare, e rimasero zitti. Poco dopo arrivarono dei tipi e portarono via i giocattoli, che tornarono nella camera del bambino ricco: ma lui non sapeva cosa farsene, perché era solo. Dopo due giorni accadde una cosa strana. Annoiati dal non far niente, i giocattoli si misero in movimento. Di notte, zitti zitti, rotolando, strisciando, se ne andarono via dalla camera del bambino ricco e tornarono nella casa di fronte: e al mattino dopo, molto contento, il bambino povero chiamò gli amici e ricominciarono a giocare. - Ma sono miei, - disse il bambino ricco, - li rivoglio! E li fece portar via un'altra volta. Ma la notte, striscia e rotola i giocattoli tornarono dall'altro bambino. La cosa si ripeté cinque volte: l'ultima volta, quando il bambino ricco venne a riprendersi i giocattoli scappati, uno di quelli che erano li disse: - Prima di farli portare via, gioca un po' con noi! Lui si fermò e giocò, e si divertì talmente che non portò più via i giocattoli, ma tornò a giocare ogni giorno con i nuovi amici: e contento era lui, contenti loro, e contenti anche i giocattoli.

Roberto Piumini dal libro C'era una volta, ascolta, Einaudi - Foto di Patrizia Ercole ©

27.01.08

A Pipa e a Flor

categorias: Livros, Fábulas

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É um livro que fala sobre amor, o ciúme, a possessão e suas formas de expressá–lo. Mesmo com uma classificação de literatura infantil, esse livro encantará adultos e é uma fonte inspiradora de reflexão sobre as atitudes humanas. O narrador da história é um velho sábio que observa uma pipa enroscada em um galho de árvore e faz uma analogia com o ser humano que também deveria viver livre, solto, lá no alto... Mas, para a pipa voar tão alto é necessário uma mão que a segure.
Começa a história de um menino que confeccionou sua pipa e alegremente a empinou até o dia em que, movida por um sentimento que não sabia bem explicar o que era, encontrou outros olhos que a encantaram.
Era uma flor que a enfeitiçou e desde então não queria mais ser do menino, mas da flor. Achou que juntas se completariam e seria mais feliz. Segura pela flor voava alto. No entanto, a flor lá embaixo ficava triste por ficar no chão e quis dominar sua pipa, não deixando-a voar mais. Foi aí que a pipa percebeu que não gostava mais da flor como no início...
Mas há três saídas para este impasse e é o leitor quem decide o seu final:
1- A pipa, cansada da atitude da flor, rompe a linha e resolve procurar outro dono, menos egoísta.
2- A pipa, mesmo triste, resolve continuar com a flor, mas nunca mais sorri.
3- A flor , na verdade, estava encantada e isso só acabaria no dia em que não invejasse nada. Vendo a pipa voar alto e livre, transformou-se em uma linda borboleta e com ela voou alto.

A pipa e a flor de Rubem Alves - Edições Loyola - São Paulo

Questo è stato il primo libro che ho letto di Rubem Alves che mi ha incantata ed innamorata.

25.05.07

L_omino della pioggia

categorias: Livros, Fábulas

Io conosco l’omino della pioggia. È un omino leggero leggero, che abita sulle nuvole, salta da una nuvola all'altra senza sfondarne il pavimento soffice e vaporoso. Le nuvole hanno tanti rubinetti. Quando l’omino apre i rubinetti, le nuvole lasciano cadere l'acqua sulla terra. Quando l’omino chiude i rubinetti, la pioggia cessa. Ha un gran da fare, l’omino della pioggia, sempre ad aprire e chiudere i rubinetti e qualche volta si stanca. Quando è stanco stanchissimo si sdraia su una nuvoletta e si addormenta. Dorme, dorme, dorme, e intanto ha lasciato aperti tutti i rubinetti e continua a piovere. Per fortuna un colpo di tuono più forte di tutti gli altri lo sveglia. L’omino salta su ed esclama: - Povero me, chissà quanto tempo ho dormito! Guarda in basso e vede i paesi, le montagne ed i campi grigi e tristi sotto l'acqua che continua a cadere. Allora comincia a saltare da una nuvola all'altra, chiudendo in fretta tutti i rubinetti. Così la pioggia cessa, le nuvole si lasciano spingere lontano dal vento e muovendosi cullano dolcemente l’omino della pioggia, che così si addormenta di nuovo. Quando si sveglia esclama: - Povero me, chissà quanto tempo ho dormito! - Guarda in basso, e vede la terra secca e fumante, senza una goccia d'acqua. Allora corre in giro per il cielo ad aprire tutti i rubinetti. E va sempre avanti così.

Gianni Rodari

09.05.07

La bambina senza nome

categorias: Livros, Fábulas

C'era una bambina che aveva un nome come tutti i bambini del mondo: era allegra, e andava spesso a giocare in un certo giardino. Un giorno lanciò la palla al di là di una siepe, e quando andò a cercarla, non la trovò. Cerca qua, cerca là, la palla non c'era: la bambina era stupita e anche un po' spaventata. A un tratto senti una vocina, in alto: - E tua questa bella palla, piccolina? La bambina guardò su, e vide un omettino magro seduto a cavallo di un ramo: aveva la palla fra le mani. - Certo che è mia. Dammela! - disse la bambina. - E tu cosa mi dai, in cambio? - Niente! La palla è mia! - Ma adesso ce l'ho io! - Non ho niente da darti! - disse la bambina. - Si che ce l'hai: dammi il tuo nome! Pensando che l'ometto scherzasse, la bambina gli disse: - Va bene, te lo do: butta la palla! Quello sorrise, lasciò cadere la palla, lei la prese e tornò a casa: si sentiva strana. E più strana si senti quando si accorse che la salutavano senza più dire il suo nome: poi, pensandoci, si accorse che nemmeno lei lo ricordava. - Mamma, come mi chiamo io? - disse allora la bambina a sua madre. - Tu? Non hai nessun nome, - disse la mamma. La bambina andò a guardare i suoi libri, i suoi quaderni, e vide che non c'era nessun nome. - Tu, scendi a fare merenda! - gridò la mamma di sotto. «La mamma mi ha sempre detto di non chiamare nessuno con un Tu... È perché proprio io un nome non ce l'ho...» pensò con tristezza. Allora, piangendo, la bambina prese la palla, andò al giardino, arrivò sotto l'albero. L'omarino era ancora lassù, con la mano chiusa, e sorrideva. - Ridammi il mio nome! - gridò la bambina. - Ti darò la palla, se vuoi. - Tieniti la palla, piccolina, e anche il tuo nome: e un'altra volta, non darlo a nessuno, capito? Apri la mano, e all'improvviso la bambina ricordò di chiamarsi Antonella, e si mise a saltare per la gioia. Corse a casa, e la mamma chiese: - Dove sei andata, Antonella? - Avevo perso una cosa importante, mamma, - disse la bambina, e lo disse così seria, che la mamma le diede un bacio di quelli che fanno rumore.

Roberto Piumini - estratto dal libro C'era una volta, ascolta, Einaudi Ragazzi