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Lo scorrere della vita confonde tutto, la vita è così: accende e raffredda, stringe e poi allenta, calma e poi inquieta. Quello che essa vuole dalla gente è coraggio. Quello che Dio vuole è vedere la gente imparare a essere capace di rimanere allegra molto, in mezzo all'allegria, e ancora più in mezzo alla tristezza! Solo così all’improvviso, nel momento in cui si vuole, di proposito - per coraggio. Non è così? Era quello che a volte pensavo. Allo schiarire del giorno. (pag. 264)
[...]
Sono tutti matti, in questo mondo? Perché la testa della gente è una sola, e le cose che ci sono e che stanno per esserci sono molte di troppo, molto maggiori diverse, e la gente avrebbe bisogno di ampliare la testa, per il tutto. Tutti gli avvenuti avvenendo, il sentire forte della gente - quel che produce i venti. Solo è possibile vivere vicino a un altro, e conoscere un’altra persona, senza pericolo di odio, se si ha amore. Qualsiasi amore è già un poco salute, un riposo nella pazzia. (pag. 258)
João Guimarães Rosa
“Le storie non si limitano a staccarsi dal narratore, lo formano anche: narrare è anche resistere”.
Già da questa frase di João Guimarães Rosa è possibile “annusare” e captare la fisionomia narrante e umana di questo grande scrittore brasiliano. Nasce nel 1908 in quel Brasile da sempre crocevia di popoli e culture che, a partire dal XX secolo, vide il romanzo latinoamericano assumere una propria consistenza individuale in grado di imporsi anche a livello internazionale.
Se probabilmente, a livello generale, si tende a identificare la letteratura brasiliana con Amado e Coelho, un posto a sé dev’essere comunque lasciato a questo grande scrittore. Spesso frettolosamente definito il “Joyce brasiliano”, Guimaraes era un uomo di immensa cultura. Medico, appassionato di scienze naturalistiche, ma anche sofisticato poliglotta in grado di leggere Plotino in originale. Intrapresa la carriera diplomatica, viaggia in lungo e in largo per tutto il mondo. Ha saputo descrivere il suo paese con un amore infinito e uno stile inconfondibile.
“Grande sertäo: le veredas” (questo il titolo originale) può dunque considerarsi a tutti gli effetti un “classico” della letteratura contemporanea. E’ infatti un romanzo capace di nutrirsi e arricchirsi di significati sempre nuovi e di altrettante interpretazioni a ogni ulteriore lettura. La prima pubblicazione risale al 1956 e, ad oggi si è giunti alla ottava riedizione (economica Feltrinelli).
Ma che cos’è il “Grande sertäo”? E cosa sono le “veredas”? Il primo altro non è che tutto l’interno dei Campos Gerais del Brasile centrosettentrionale (dallo stato del Minas in alto fino al Piaui e al Maranhao): territorio che, sebbene sia quasi sterminato, paradossalmente però costituisce un universo chiuso, regolato da leggi proprie e nel quale dominano le intrinseche, schiette ed eterne contrapposizioni tra gli elementi primordiali. Odio e amore, bene e male, Dio e il Diavolo, siccità e abbondanza, luce e tenebra. Le “veredas” sono invece i sentieri, terre verdeggianti e corsi d’acqua in cui, come nelle vene e nelle arterie di un corpo sconfinato, pulsa la vita.
Due sono le voci narranti che si alternano in questo gran romanzo, tanto bello quanto strano: l’”io” di Riobaldo - che solo in apparenza sembra esserne il protagonista che invece e lo stesso “universo Sertao” - e il “noi” degli “jaguenèos”- i fuorilegge del clan di Riobaldo - che via via sono capeggiati da varie figure e caratteristiche figure carismatiche come il sinistro e cattivissimo Zè Bebelo.
Ma a chi parlano queste voci? A un interlocutore che non è dato mai “vedere”: un fantomatico e misterioso Dottore, un uomo di cultura e certamente di diversa estrazione sociale rispetto agli altri umili personaggi. E non è troppo difficile voler riconoscere in questa figura lo scrittore stesso che, amante della natura e dei suoi misteriosi incanti, era solito fare lunghe passeggiate a cavallo nel Grande Sertao prendendo appunti e archiviando sensazioni.
Il tempo di questo romanzo strano è quello “successivo” : del dopo rispetto a qualcosa …che però non sappiamo cosa sia. Ciò conferisce all’opera uno straniante e progressivo senso di atemporalità in grado di collocare i fatti e le vicende in un’ammaliante dimensione di eterno. L’azione, la trama e l’intreccio non solo si svolgono in un “non luogo”- nel Sertao, appunto, che pure paradossalmente resta un posto localizzabile geograficamente - ma anche durante un “non tempo”. Il “Grande Sertao” diventa così un simbolo, una metafora: quella del mondo. Un libro che, proprio per il suo porsi fuori dal tempo e dallo spazio, ha il sapore dell’epopea: un libro che a colpi di tenera malinconia e di misere esistenze prosciugate dal sole, lascia il gusto di una nostalgia velata di magica malinconia. Un libro grande, grandissimo.
Grande sertäo di João Guimarães Rosa, edizione Feltrinelli - Fonte: http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=57
criado por patriziaercole
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